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Avevano detto che il battesimo era una cosa sacra e più che mai lo diventava ora, nel momento in cui Anna stava per essere consegnata alla morte, che non era finita ancora di nascere.
«..troppe acque nei polmoni e non arriverà a tre giorni. E' pure cianotica».
Aveva parlato il medico, come si trattasse di un quarto di pollo andato a male. Nessuna piega sul viso che facesse intendere a qualche miracolo. La madre aveva spostato lo sguardo dal viso del dottore a quello di Anna, chiuso dietro al vetro graffiato di una incubatrice. Lo aveva posato su di lei come una carezza, soppesando nel cuore qualcosa a mezza via tra la rassegnazione e il senso di colpa per non aver saputo tenere in grembo tutti e nove i mesi Anna.
Da qualche settimana aveva le vertigini, una percezione errata dei piedi sul pavimento e quella figlia nella pancia che si faceva ogni giorno più pesante. «Colpa degli zuccheri che hai nel sangue! Mangi troppo pane!», affermava il marito. Con quelle parole evidenziava il fatto che il suo corpo si era deformato prendendo molti chili e che se avesse mangiato di meno sarebbe stato meglio. Lo diceva senza sapere con esattezza di quanto e di cosa si nutrisse. Si era limitato a guardare Anna, nata male, e aveva girato i tacchi come se quella non fosse roba sua. Di fatto da quando gli aveva comunicato di aspettare un figlio, lui non l'aveva più sfiorata se non per sbaglio quando si scambiavano il passo nello stretto corridoio di casa. Essere rimasta incinta era stato un dono, di quelli che non ci si attende dato che erano trascorsi anni di tentativi, fugaci, compiuti di solito la domenica sera. Era un rituale che somigliava a tutti gli altri rituali della loro vita, senza alcun guizzo ma necessario come tirar su le tapparelle al mattino e richiuderle prima di coricarsi. Concludeva il tutto aggiungendo:- «Sei troppo magra, devi mangiare di più. Il bambino trova solo ossa, ecco perché non attecchisce...». A quei tempi si sentiva come sabbia desertica, dove il vento strappava via i rotolacampi in autunno, solo che lei non raccoglieva semi.
Davanti a lui riempiva il piatto con porzioni abbondanti, che ingurgitava in un andirivieni continuo tra il tavolo, il mestolo e le pentole della cucina. Il piano della casa in cui vivevano, una rampa di scale dall’ingresso principale, si faceva ogni giorno un metro quadro più stretto fino a che pareva non ci riuscisse a passare più nemmeno l’aria.
Intanto, quattro metri lineari sotto, nella via dove era solita fare commissioni si spargeva la voce che non potesse fare figli. Non lo dicevano apertamente, commentavano quel fatto con una gestualità innaturale al suo passaggio. La negoziante che vendeva bottoni e filato da cucito le dava il buongiorno mentre spazzava il marciapiede davanti alla bottega, preferendo inghiottire la polvere anziché alzare il capo per guardarla negli occhi.
«...vado di fretta, stamani!» ribatteva la vicina di casa se la incontrava per la via. Lo aveva detto anche nei giorni precedenti. All’inizio non era stato così, coglievano quelle occasioni per scambiarsi due parole di buon vicinato e qualche consiglio tra donne maritate. Fuori dal bar, quei due tre compari con cui il marito giocava a tresette si sgomitavano nei fianchi quando la vedevano sfilare.
La via dove vivevano si faceva ogni giorno più corta, lo stesso asfalto su cui era solita camminare aveva preso a sgretolarsi in molteplici avvallamenti. Proseguiva soltanto perché dal fondo della strada, a chiamarla col suo muto rigore si ergeva la croce sulla pieve di S. Anna. Le sue pietre erano murate a secco e aveva una fattezza che non imbrogliava, ciò sta a dire che tutto quello che vedevi, così era. L’occhio non era ingannato da imponenti sovrastrutture decorative che a volte confondevano, piuttosto veniva colpito da una semplicità commovente, sembrava che lì dentro ci stesse soltanto Dio.
Era solita andarci per pregare. «Raccomandati a S. Anna, la madre di tutte le madri...», aveva detto il pievano con un filo di voce come avesse paura lui stesso a sfidare l’arida sorte che pareva assegnata al quella fedele. «S. Anna, se la preghi ti concederà anche i seni colmi di latte.»
«Ne è sicuro padre?», chiedeva lei.
Il pievano si grattava la testa. «Certo che sì. E’ colei che ha allattato Maria, e Maria ha allattato Gesù.»
Chinato il capo cercava di invocare la Santa. Non sapendo bene come procedere, si rannicchiava in se stessa e nei propri pensieri, facendosi piccina piccina mentre intorno a lei la chiesa si faceva grande, un polmone capace di contenere aria a dismisura, per giunta profumata di resina o forse anche di foresta. Nelle orecchie il battito del cuore diventava un tamburo e le sembrava di udire tutti i suoni che sentiva nel bosco quando andava a fare le erbe, perfino i canti degli uccelli. Rimaneva a quel modo finché non le facevano male i ginocchi, piegati sul legno duro.
Fu dopo una delle sue preghiere mattutine a S. Anna. Si preparò ad entrare dal fornaio con ancora addosso l’odore di incenso, amplificato da una pioggia assillante che metteva il giorno a tarda sera.
«Il solito?» esclamava il fornaio quando la vedeva varcare la soglia. Ci aggiungeva un’attenta ricognizione dello stato fisico, mentre le consegnava il mezzo filone del pane, trapassandola da parte a parte a vedere se in lei ci fosse una qualche nuova impercettibile rotondità. Quella mattina dietro al banco di legno, con le mani sporche di farina ci trovò un uomo che non aveva mai visto prima. Si presentò, salutandola con un garbo timido, quasi a scusarsi di essere lì, ma dato che era il parente più prossimo del poveretto finito in ospedale, che il cuore gli aveva ceduto la sera prima, avevano chiesto a lui di aprir lo spaccio. Condì la vicenda con tutti i particolari del caso, dato che erano soli in bottega e si apprestava a chiuderla che non era avvezzo al lavoro e per quel giorno metà dell’impasto aveva ancora da lievitare.
Si passò un mano polverosa sul ciuffo di capelli rossi. Un gesto così naturale ma che a lei fece accaldare le guance.
La salutò con un sorriso onesto e bofonchiò tra i denti che nell’aria c’era un buon profumo di bosco.
La pioggia continuò a battere per tre giorni, trasformando la via in un torrente e i tombini in fontane. Ogni cosa appariva vecchia, tranne lei che si sentiva nuova, lavata dall’acqua come la croce in ferro della pieve. Si accorse di aver preso gusto ad assaporare il pane di giornata che sotto ai denti aveva un altro sentore.
Il terzo giorno la rivendita del pane chiuse prima del previsto, che tanto si avvicinava mezzogiorno, il pane era pure avanzato nel retro e per la via non s’era vista anima viva. Si ritrovò con i capelli sciolti e la carne nella farina che non era borotalco ma aveva un odore buonissimo, sentendo per la prima volta la voce che le rideva come quando era bambina. Provò a chiudere gli occhi per capire se fosse giorno oppure notte, tant’è che l’ordine del tempo e delle cose lo aveva smarrito e non sapeva dire come. Lui disse che al mondo non esisteva pane buono come la sua bocca. Lei pianse e un po’ rise, come certi clown del circo che aveva sempre soltanto immaginato.
Il dono era arrivato un mese dopo, nel mezzo erano passate tre domeniche con le sue sere.
Corse a dire al pievano che S. Anna aveva avuto ragione e continuò a comprare il pane ogni mattina. Il settimo mese, la suola della scarpa scivolò sul secondo gradino della rampa di scale che la portava fino al marciapiede della via. La vista le si era annebbiata, forse era stata la scarpa che non aveva allacciato bene per la fretta, di fatto sapeva di aver perso l’equilibrio e di essersi ritrovata a fondo scala con un dolore che le trafiggeva la schiena facendola urlare. Accorse la vicina. Il sangue le colava tra le gambe. Era andata a quel modo che le avevano tolto a forza la figlia dalla pancia, sennò affogava.
«Come la volete chiamare? Bisogna fare in fretta che non respira».
Il medico era tornato mezz’ora dopo con il prete che di solito si teneva pronto nella cappella dell’Ospedale per dare l’estrema unzione ai moribondi.
«Una bambina, minuscola e dai capelli rossi...», esclamò il prete guardando quelli della madre «...mi sembra pure che la dobbiamo battezzare contro una manciata di secondi», aggiunse d’un fiato, poi si guardò in giro cercando di capire chi potesse essere il padre. Il medico fece cenno di sì col capo e senza riguardo alcuno aggiunse che il padre se n’era andato dicendo che quella non era figlia sua.
Con due lacrime che le si erano agganciate agli occhi senza voler cadere, disse che la bambina un padre non ce l’aveva e forse nemmeno una madre dato che era la figlia di una santa. Lui che era prete queste cose le poteva capire.
«Ma che dici figliola?!» la interruppe il prete pensando che stesse vaneggiando.
«Si chiamerà Anna, come la madre. Sant’Anna. La madre della madre di Gesù, che lei non lo sa? Non morirà e mi darà del latte nutriente per crescerla.»
Il prete disse un avemaria in tutta fretta e le unse il capo in segno di benedizione. La piccola Anna prese a piangere con una voce così stridula da fare venire i brividi, il medico richiuse con un tonfo secco il vetro dell’incubatrice e il prete farfugliò qualcosa andandosene da dove era venuto.
Restarono da sole nella stanza. Pensò che sua figlia fosse bellissima, che emanasse una pungente fragranza di bosco e di terra appena bagnata dalla pioggia. Era arrivata a lei come una benedizione, d’un colpo solo l’aveva strappata via dalla banalità di tutte le cose e pensò alla croce di ferro sopra la pieve che nemmeno i fulmini l’avevano acciaccata.
La bambina mosse gli occhi verso di lei e respirò a pieni polmoni.
Varcarono la porta del sanatorio due mesi dopo.
Il medico che l’aveva avuta in carico si soffiò il naso per la commozione, il prete della cappella si rifiutò di benedirla un’altra volta.
Le partorienti, in attesa del loro turno, si fecero il segno della croce e qualcuna abbassò lo sguardo in segno di rispetto.
Dissero tutte che quella bambina, Anna, era figlia della Grande Madre.